L’HOTEL DELLE MERAVIGLIE

L’HOTEL DELLE MERAVIGLIE

Il “Grand Budapest Hotel”, diretto da Wes Anderson ed interpretato da Ralph Fiennes, Tony Revolori, F. Murray Abraham, è un film drammatico, una commedia musicale, un giallo del 2014, vincitore di quattro premi Oscar, un Golden Globe, un David di Donatello.

Il film si apre in modo alquanto bizzarro: con l’omaggio da parte di una ragazza dei nostri giorni che appende la chiave di un hotel, tra molte altre, al busto dell’autore del libro omonimo; il quale dà inizio al racconto, narrando la storia raccontatagli, a sua volta, da un uomo che l’ha vissuta in prima persona.

“La gente pensa che l’autore immagini le sue storie partendo dal nulla. Nella realtà è vero l’opposto: quando le persone scoprono che sei uno scrittore sono loro a portarti personaggi ed eventi.” E’ in questo modo che Tom Wilkinson, nei panni di Matt Zoller Seitz, dà inizio al flashback che racconta di come sia venuto a conoscenza della storia che ha reso famoso il Grand Hotel, a quel tempo caduto in disgrazia. Lo scrittore, pernottando all’Hotel nel 1968, dopo essersi imbattuto in Zero Moustafa, il proprietario, si fa rivelare la sua esperienza al Grand Budapest, attraverso un racconto impregnato di nostalgia e rammarico per l’istituzione che oramai non è più. Concetto ben espresso dal regista grazie al netto contrasto tra la desolazione e solitudine al tempo dell’incontro e lo spumeggiare brioso dell’alta società al tempo della storia.

Zero, giovane ragazzo immigrato fuggito dalla guerra, è alla disperata ricerca di un lavoro; è così che nel 1932 giunge al Grand Budapest, accolto da Gustave H., direttore dell’ Hotel. Gustave, altezzoso, snob, pieno di sé, si comporta come capo dell’hotel. Il direttore oltre a curarsi con tutto se stesso dell’Hotel, cura personalmente anche le sue particolari clienti: “i requisiti erano sempre gli stessi: ricche, anziane, insicure, vanitose, superficiali, bionde, insoddisfatte”. Tra le tante ce n’è una che supera tutte le altre: “Madame D”, la quale passa a miglior vita lasciando i parenti a scannarsi per l’eredità (“Quando c’è in ballo il destino di una grande fortuna l’avidità degli uomini si diffonde come un veleno nel sangue”). Ma il pezzo più importante di tutto il suo patrimonio è stato lasciato a Gustave, il quale si guadagna così l’antipatia del figlio della nobildonna, disposto a tutto pur di avere il denaro della madre. Il direttore infatti viene arrestato con l’accusa di omicidio. A questo punto Zero fa di tutto pur di salvare il suo principale, divenuto nel frattempo mentore e modello sia di lavoro che di vita.

“Grand Budapest Hotel” un film che parla di un grande amore, un amore particolare, per il proprio luogo di lavoro senza il quale la vita dei due protagonisti sarebbe rimasta vittima della quotidianità e della monotonia. Grande amore apparentemente nascosto dall’irriverenza, dall’esuberanza, dall’ilarità che fanno di questo film, nella sua stravaganza, un perla del cinema internazionale.

Il film è un percorso durante il quale i personaggi si formano; mirando ognuno al proprio obiettivo, Gustave e Zero si fanno compagnia aiutandosi l’un l’altro, creando una grande amicizia.

Gustave, il protagonista del film intorno a cui si sviluppa la storia, è un uomo molto ambizioso, che non si rende conto di essere già l’uomo che vorrebbe diventare: uno spietato e cinico aristocratico che non teme niente e nessuno grazie al suo prestigio e il suo denaro, proprio come l’antagonista del racconto. E’ merito di un garzoncello se il direttore dal pugno di ferro si rende conto di quanto è fortunato ad amare così tanto il suo lavoro, ed è sempre il garzoncello a fargli ricordare che anche lui ha iniziato dal basso e, anche se se ne vergogna, non deve mai dimenticarlo. Infatti, per rispondere alla domanda di Zero, Gustave dice: ”Naturalmente, forse per un po’, sono stato il miglior garzoncello al Grand Budapest Hotel; ma costui mi ha superato, anche se devo ammettere che ha avuto un insegnate straordinario”.

Zero veste i panni di un garzoncello che, a quanto dice Gustave, “è completamente invisibile”, ma per fortuna il giovane riesce ad essere eccellente nella sua invisibilità. Con Zero il racconto prende tutt’altra piega, infatti senza di lui la storia non sarebbe divenuta tanto famosa. E’ lui ad aver salvato il suo datore di lavoro dalle grinfie degli avidi e insaziabili vertici della corrotta società, in cui sarebbe finito se non avesse capito che non è il prestigio a renderti prestigioso.

La storia, tra le tante avvincenti avventure, è un tramite per arrivare alla sfrontatezza e all’insolenza delle persone attraverso l’educazione, la raffinatezza, la correttezza, delle costanti in tutto il film. Infatti, come dice Gustave: “La villania è puramente indizio di paura di non ottenere ciò che si vuole. La persona più orribile e sgradevole ha solo bisogno di essere amata, dopodiché si schiuderà come un fiore”.

Il Grand Hotel è l’utopia di un mondo che funziona alla perfezione, di un mondo in cui le persone sono felici di mettersi a lavoro per chi porta loro rispetto. Ma, come tutte le cose belle, finisce. Dopo aver mostrato tutte la ricchezze di un mondo che non è più, il regista torna alla scena di desolazione dell’inizio, come un brusco risveglio dopo un bel sogno. Il regista rende netto questa differenza con un sapiente e attento uso dei colori, che fanno da padroni del film.

Ma non sarà facile scordarsi di questo “paese dei balocchi” e non desiderare di andarci. Una volta Zero ha detto: “Chi non vorrebbe fare il garzoncello al Grand Budapest?!”.

 

EUGENIO PIERINI

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